L’INDUSTRIA VENETA E VICENTINA TRA GLI ANNI ’50 E ’70

2.1         L’economia veneta: il “Meridione del Nord”

Prima di esaminare il caso del Vicentino è necessario dare uno sguardo sintetico e generale al Veneto. All’inizio del periodo in esame, ovvero negli anni ’50 , il Veneto era una delle regioni più povere d’Italia, e veniva generalmente definito come il “Meridione del Nord”[1]. Da questa generalizzazione bisognava escludere, comunque, la zona dell’Alto Vicentino e quella di porto Marghera. Queste aree industriali erano il risultato di due tragitti di sviluppo differenti: la prima derivava da uno sviluppo industriale spontaneo avvenuto nel corso dell’Ottocento; la seconda era un esempio di sviluppo industriale pianificato, finanziato in gran parte con capitali provenienti dal “triangolo industriale”[2]. Una prima interpretazione dello sviluppo economico della regione potrebbe portare a classificarlo come un caso unico, ma dinamiche e caratteristiche simili si possono rilevare anche nelle zone limitrofe. L’economia del Nord-Est viene definita “periferica” per via dei settori che si sono affermati, diversi rispetto ai tradizionali settori forti dell’economia italiana, tipici del “triangolo”.

Il Veneto conobbe uno sviluppo economico graduale ma non uniforme. Nonostante fosse diffusa in tutta la regione una tradizione artigianale, la conformazione territoriale e la disponibilità di risorse comportarono la specializzazione delle varie zone in settori specifici: il tessile per il Vicentino, quello chimico a porto Marghera, l’occhiale a Belluno, la ceramica a Nove, ecc. Dal momento che il Veneto veniva considerato il “Meridione del Nord”, poté beneficiare delle leggi sulle aree economicamente depresse (leggi 647/1950, 991/1952, 635/1957, 614/1966)[3], in particolare negli anni cinquanta[4]. In realtà, gli effetti di questi provvedimenti sono stati sopravvalutati. Infatti, dall’analisi svolta da Giorgio Roverato e Giovanni  Luigi Fontana si può osservare che fino al 1965 sorsero 2.288 imprese, di cui solo il 46% usufruì di esenzioni fiscali. A sfruttare maggiormente le leggi agevolative furono i comuni non depressi della regione, dove nacquero in media  5,8 aziende per comune, che erano mediamente grandi il doppio rispetto a quelle che si crearono nei comuni propriamente depressi, nei quali nacquero una media di 4 aziende. I finanziamenti e le esenzioni fiscali si concentrarono soprattutto nelle province di Belluno e Treviso, tralasciando Vicenza, che possedeva già un buon livello di industrializzazione, e Rovigo, che rappresentava la zona più depressa del Veneto. La suddetta legislazione portò i comuni a competere tra loro per far installare un’attività nel proprio territorio, avvantaggiando ulteriormente gli imprenditori che potevano giocare al rialzo, e i comuni con maggiori risorse, quindi quelli meno depressi. Analizzando le imprese sorte in questo periodo, si può notare come molte di queste fossero fondate da figli o parenti stretti di imprenditori che avevano già un’azienda nel settore. Considerando che queste aziende non erano in crisi, è legittimo supporre che le nuove imprese rappresentassero un’espansione dell’azienda “madre”, volta ad accedere alle agevolazioni fiscali.[5]

2.2         I distretti industriali nel Veneto

 

Sulla base di quanto osservato nel capitolo precedente, si può comprendere come non sia facile individuare i distretti industriali. Infatti, quando si passa dalla definizione teorica alla ricerca storico-empirica si presentano problemi di natura sia diacronica che sincronica.[6] Il problema sincronico è dato dal fatto che entro un distretto possono coesistere industrie localizzate differenti, in cui è presente un’industria dominante, ma anche molte aziende indipendenti, che non hanno rapporti di alcun genere con l’azienda principale. Il problema diacronico deriva dal variare della dislocazione nel territorio di questi sistemi di produzione locale, con specializzazioni maggiormente concentrare in determinate sub-aree piuttosto che in altre, e con la coesistenza di diverse specializzazioni apparentemente prive di collegamenti. Quando si procede all’identificazione, il problema diacronico e quello sincronico si incontrano: ad esempio, se un’industria dominante in un luogo si estende in un altro luogo, questo fatto può portare nel tempo all’unione delle due aree in un sistema locale unico, che però mantiene ancora rilevanti differenziazioni territoriali. Questo è un processo tipico all’interno dei distretti e nelle zone limitrofe, che crea rilevanti problemi nella determinazione dei distretti.[7]

La procedura empirica per l’individuazione dei distretti si basa su due fattori. Il primo è la produzione locale, che fa riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente; il secondo è la specializzazione manifatturiera, basata su di una produzione specifica e sulla prevalenza numerica delle piccole e medie imprese. Uno dei tentativi maggiormente riusciti di classificazione dei distretti è stato fatto da Fabio Sforzi, sulla base di una collaborazione sviluppata con l’Istat e con l’Irpet. Lo studio si è articolato in due fasi: la prima fase ha riguardato l’analisi dei dati sugli spostamenti giornalieri per motivi di lavoro, il pendolarismo quotidiano tra abitazione e luogo di lavoro, per ricostruire dei sistemi di lavoro locale. Questo serve perché solitamente le persone che lavorano nel distretto hanno la propria abitazione all’interno dell’area distrettuale o nelle immediate vicinanze. La seconda fase è consistita nell’identificazione dei distretti tramite un algoritmo che richiede che: i sistemi locali abbiano una specializzazione industriale superiore rispetto alla media nazionale; la quota degli occupati nelle imprese con meno di 250 addetti sia superiore della quota media nazionale; almeno in un settore la specializzazione sia maggiore di quella nazionale; almeno uno dei settori così individuati sia costituito da piccole imprese in misura superiore alla media nazionale.[8] Da quanto appena detto appare ovvio che il modo di tracciare i confini del territorio di riferimento è essenziale. Più grande è il territorio, più è difficile individuare le attività economiche dominanti. Fortunatamente nelle aree di urbanizzazione diffusa, che caratterizzano gran parte del Veneto, ci si imbatte spesso in piccole imprese specializzate localizzate in pochi kilometri quadrati, dove non si svolgono altre attività di rilievo e dove sono certamente presenti i meccanismi e le regole distrettuali.[9] I settori in cui si sono sviluppati i distretti veneti sono quelli della produzione meccanica, dell’elettromeccanica, dell’elettrodomestico, degli stampi, della meccanica di precisione e dell’oreficeria[10]. Questa varietà complica ulteriormente l’individuazione e lo studio dei distretti, in quanto la maggior parte dell’ossatura industriale del Veneto è nata e si è sviluppata intorno al tessile, soprattutto quella meccanica che oggi copre il 50% dell’export Veneto. Non bisogna inoltre dimenticare i settori della calzatura, degli occhiali e della lavorazione delle pelli e del cuoio. Anche se i primi due sono ormai vittime di una delocalizzazione selvaggia, fino agli anni recenti hanno rappresentato un polo di eccellenza e un modello da imitare. I ricercatori Bruno Anastasia e Giancarlo Corò si sono basati su cinque indicatori per individuare i distretti industriali presenti in Veneto: CS1, coefficiente di concentrazione territoriale; CS2, coefficiente di specializzazione settoriale; QL, quoziente di localizzazione; IF1 e IF2, due indici sintetici dati dalla somma dei valori assoluti di CS1 e CS2[11]. In base a questi criteri hanno individuato 13 distretti:

1.         Distretto veronese del marmo e delle calzature

2.         Distretto del mobile della Bassa Veneta

3.         Distretto della concia della valle del Chiampo

4.         Distretto elettromeccanico di Montecchio maggiore

5.         Distretto orafo a Vicenza

6.         Distretto laniero e della costruzione di macchine utensili dell’Alto Vicentino

7.         Distretto del vetro Venezia-Murano

8.         Distretto calzaturiero della Riviera del Brenta

9.         Distretto padovano della strumentistica e delle pelliccerie

10.       Distretto plurisettoriale di Bassano

11.       Distretto della calzatura sportiva di Montebelluna

12.       Distretto del mobile della sinistra del Piave

13.       Distretto dell’occhialeria bellunese[12]

A partire dal 1991 le regioni hanno la possibilità di definire e quindi individuare i distretti all’interno del proprio territorio, al fine di erogare finanziamenti e agevolazioni. Nell’ambito dell’ordinamento nazionale sono principalmente quattro i riferimenti normativi:

1- Legge 317 del 5 ottobre 1991, art. 36: definisce i distretti industriali come aree di concentrazione di piccole imprese, con riferimento al rapporto tra imprese e popolazione residente e alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese.

2- Decreto del ministro dell’industria del 21 aprile 1993: determina gli indirizzi e i parametri di riferimento per l’individuazione, da parte delle regioni, dei distretti industriali.

3- Legge 266 del 7 agosto 1997: interventi urgenti per l’economia, attività di valutazione di leggi e provvedimenti in materia di sostegno alle attività economiche e produttive.

4- Legge 140 dell’11 maggio 1999, art. 6: definisce i sistemi produttivi locali come contesti produttivi omogenei caratterizzati da un’elevata concentrazione di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, e da una peculiare organizzazione interna. Definisce poi i distretti come sistemi produttivi locali caratterizzati da un’elevata concentrazione di imprese industriali nonché dalla specializzazione produttiva di sistemi di imprese.

La Regione Veneto, basandosi sui criteri ministeriali e su quelli della ricerca di Anastasia e Corò, ha individuato 19 tra distretti e aree specializzate:

1- Distretto tessile dell’abbigliamento dell’area pedemontana

1.a- Distretto metalmeccanico di Schio-Thiene (all’interno del distretto 1)

1.b- Distretto dei materiali per l’arredamento di Bassano del Grappa (all’interno del distretto 1)

2- Distretto tessile e abbigliamento dell’area meridionale

2.a- Distretto agroalimentare-ittico del delta del Po e Chioggia (all’interno del distretto 2)

2.b- Distretto metalmeccanico di Conegliano

3- Distretto del legno e del mobile della bassa pianura veronese

4- Distretto del legno e del mobile della sinistra del Piave

5- Distretto della calzatura di Montebelluna

6- Distretto della calzatura della collina veronese

7- Distretto della concia e elettromeccanico di Arzignano

8- Distretto dell’occhialeria bellunese e trevigiana

9- Distretto del marmo veronese

10- Distretto dell’oreficeria e dei metalli di Vicenza

11- Distretto della calzatura del Brenta

12- Distretto delle ceramiche di Nove

13- Distretto del vetro di Murano

14- Distretto della giostra del Polesine

15- Distretto lagunare-costiero opere marittime

In realtà, come verificabile se si confrontano i due elenchi, sono stati aggiunti soltanto due distretti, quello della giostra del Polesine e quello lagunare-costiero opere marittime, e sono state individuate due aree di diversa specializzazione all’interno dei Distretti industriali 1 e 2. Inoltre si può notare la maggior specificità della divisione amministrativa del distretto.[13]

            2.3        L’industria vicentina

            2.3.1     Le esportazioni

 

Il vero e proprio sviluppo industriale del Vicentino cominciò negli anni ’50, anche se il tessile era già presente nell’Alto Vicentino. L’apparato industriale nacque con una spiccata vocazione all’esportazione, poiché il mercato nazionale aveva una domanda debole. Questa propensione a proiettarsi sui mercati esteri spiega lo sviluppo di alcuni settori quali oreficeria, industria meccanica, pelli e cuoio, a scapito di altri. Il mercato interno risentiva della politica dei bassi salari, che consentiva peraltro una maggiore competitività sui mercati esteri. Questo “blocco” dei salari spiega la stagnazione della domanda interna, che insieme ad una lira debole, spinse diversi settori dell’industria italiana a puntare sulle esportazioni per espandersi. La propensione all’esportazione portò le imprese vicentine ad essere fortemente dipendenti dalle vicende economiche dei paesi in cui esportavano i propri prodotti.[14] Le esportazioni vicentine iniziarono a conoscere un costante aumento fin dai primi anni ’50. Nel 1952 venivano esportate merci per 3.153 milioni di lire, ma già nel 1962 le esportazioni erano triplicate, per poi raggiungere un valore di 17.799 milioni di lire nel 1964.[15] Durante gli anni ’60 l’industria vicentina rispose alle difficoltà puntando sull’innovazione tecnologica e sul miglioramento dell’impianto produttivo, che comportò un’ulteriore crescita delle esportazioni.

Come riscontrabile nel Grafico 1, nel 1952 la provincia esportava soprattutto prodotti tessili, pari al 43,7% del totale; seguivano i prodotti metalmeccanici (31,2%), i prodotti cartacei (5,3%) e altro (19,8%). Dieci anni dopo l’export era triplicato e maggiormente diversificato: il tessile aveva ancora un’incidenza del 45,6%; le esportazioni meccaniche erano scese al 20,7%; pelli e cuoio incidevano per l’11,4%; i prodotti chimici, moda, prodotti cartacei erano pari allo 0,3%[16]; altri prodotti coprivano il 22% (Grafico 2). Nello stesso periodo, l’industria delle perle fine, dell’oreficeria e delle pietre preziose iniziò ad essere rilevante fino a raggiungere il 20% delle esportazioni nel 1972, quando l’export totale risultava cresciuto di 15 volte rispetto al 1962.[17]

Grafico 1.

Fonte: Camera di Commercio Industria e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica,  Compendio statistico vicentino 1951-1955, Vicenza, 1955.

Grafico 2.

Fonte: ISTAT, I conti degli italiani, compendio di vita economica nazionale, vol. 22, Roma, 1988.

Quanto ai mercati di destinazione (Grafici 3 e 4), nel 1952 l’export vicentino risultava così distribuito: Europa occidentale 20,7%, Americhe 19,4%, Asia 9%, Africa 7,3%; il 44,7% veniva esportato in altri paesi, compresi quelli del blocco comunista. Nel 1962 l’Europa occidentale assorbiva il 64% delle esportazioni (di cui il 45% era destinato ai paesi della Cee), le Americhe il 12%, l’Africa il 5,9%, l’Asia il 17,6%[18]. Il mercato Cee continuò in seguito a guadagnare importanza raggiungendo il 61,8% nel 1972, con il 39,9%  assorbito dalla Germania[19].

Grafico 3.

Fonte: Camera di Commercio Industria e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica, Compendio statistico vicentino 1951-1955, Vicenza, 1955.

Grafico 4.

Fonte: ISTAT, I conti degli italiani, compendio di vita economica nazionale, vol. 22, Roma, 1988.

 

2.3.2       Le imprese: alcune caratteristiche

 

Le imprese del Vicentino hanno sempre avuto una dimensione medio-piccola, tranne alcune eccezioni come la Lanerossi e la Marzotto. La media era di 8,7 addetti per impresa nel 1951, salita a 12 nel 1961, ma ridiscesa a 8 nel 1971[20]. Il mantenimento di piccole dimensioni permetteva di sfruttare i vantaggi di una bassa sindacalizzazione e una maggiore flessibilità produttiva, ma ostacolava una significativa presenza nei mercati esteri. Il tessuto industriale vicentino, tra gli anni ’50 e ’70, registrò un incremento delle esportazioni assai maggiore rispetto alle altre province italiane.  È importante tener presente per altro che la maggior parte delle esportazioni era realizzata dalle grandi aziende, nonostante le dimensioni medio-piccole della maggior parte delle imprese. Le caratteristiche delle aziende vicentine sono riassumibili in cinque punti:

  1. diffusione e decentramento nel territorio;
  2. diversificazione dell’attività produttiva, con produzioni di nicchia;
  3. dimensioni aziendali medio-piccole;
  4. gestione diretta dell’azienda da parte del proprietario;
  5. propensione all’esportazione.

L’incapacità di espansione era causata principalmente dalla mancanza, da parte dei fondatori-gestori dell’azienda, di adeguate competenze manageriali e dalla scarsità di fondi, che mantennero le aziende di piccole dimensioni. La ridotta dimensione delle aziende permetteva una certa flessibilità, in termini di produzione, che gli imprenditori vicentini riuscirono a sfruttare in modo efficace, soprattutto durante gli anni ’70-’80, approfittando anche delle fluttuazioni monetarie. Dalla composizione della forza lavoro assunta si può notare il disinteresse degli imprenditori ad assumere personale impiegatizio, infatti tra il 1951 e il 1971 le assunzioni degli operai aumentarono del 78,2% e quelle degli impiegati del 23,1%, mentre la crescita a livello nazionale fu rispettivamente del 52,9% e del 198,7%.[21] La presenza di personale impiegatizio è essenziale per la gestione di aziende medio-grandi, in quanto permette un miglior utilizzo delle risorse, anche se esso non è utilizzabile direttamente nel processo produttivo, ed è quindi ritenuto spesso solo un costo.  Questo fattore, unito alle scarse risorse, fece sì che all’interno del sistema industriale vicentino l’introduzione di personale impiegatizio qualificato si dimostrasse un processo lento, soprattutto nelle piccole aziende. Questa assenza era penalizzante, in quanto privava l’industria vicentina, fortemente proiettata verso i mercati esteri, di contatti diretti con le aziende straniere, rendendola dipendente dal ricorso a intermediari esterni.

È interessante notare che lo sviluppo industriale vicentino è avvenuto autonomamente, senza il supporto pubblico, che avrebbe garantito la creazione di un piano di sviluppo, limitando i problemi della crescita spontanea. Questa assenza si riscontra soprattutto nella mancanza di una buona viabilità: si pensi semplicemente all’autostrada Valdastico[22], che avrebbe dovuto collegare Vicenza con Trento e quindi con la Brennero-Modena, progettata e mai completata. L’autostrada avrebbe ridotto considerevolmente il tempo di trasporto delle merci verso la Germania; ma anche la mobilità interna alle zone industriali lasciava molto a desiderare, senza contare l’assenza  dei collegamenti tra di esse. In conclusione sono mancate quelle infrastrutture che avrebbero permesso l’abbassamento dei costi e dei tempi di trasporto.

 

2.3.3       Un settore d’eccellenza: il “sistema” delle produzioni meccaniche

 

Come già esposto nel primo capitolo, la ripresa del settore industriale dopo il conflitto fu favorita dall’aumento della domanda di beni, manifestatosi dopo la seconda guerra mondiale. Fino al 1949 il numero delle aziende attive nel settore meccanico fu stabile, infatti si contavano circa 1.230 unità, come prima del conflitto mondiale. Ma la tendenza era destinata a cambiare: già alla fine del 1950 erano 1.331 e alla fine del 1951 se ne contavano 1.527; nel biennio successivo si registrò un aumento del 24% delle unità produttive, cui corrispose un aumento della manodopera del 57%.[23] Tali incrementi erano dovuti alla ripresa dopo la stagnazione del 1947-49, ripresa che fu caratterizzata da un irrobustimento dimensionale delle attività e dall’avvio di alcune produzioni più complesse. Questa tendenza all’irrobustimento del settore appare anche nel decennio successivo, e risulta slegata da fenomeni congiunturali di ricostruzione postbellica, infatti presenta caratteristiche strutturali, come riscontrabile nella Tabella 1. Tuttavia i dati più eclatanti emergono dal censimento del 1961, dal quale risulta, oltre all’oggettiva maturazione del settore meccanico, il superamento in termini di peso specifico del settore tessile; non erano aumentate solamente le unità locali (+34,4%) e gli addetti (+90,7%), ma si era soprattutto consolidato l’apparato produttivo, con una quasi triplicazione della forza motrice disponibile.[24]

Tabella 1. Unità locali e addetti al settore industriale nella provincia di Vicenza

1937-40

1951

1961

Variazione %
dal 1951 al 1961
Unità locali

1.235

1.527

2.053

34,4

Addetti

8.409

13.227

42.799

95,1

Fonte: G. Roverato, L’industria vicentina nel Novecento, in G.L. Fontana (a cura di), L’industria vicentina dal Medioevo a oggi, Padova, CLEUP, 2004, p. 534.

Il primato del meccanico sul tessile rappresentò un risultato importante, soprattutto grazie al contenuto tecnologico di alcuni suoi segmenti, segnando la modernizzazione dell’industria vicentina, che in questo momento cominciava a cambiare volto. Dando uno sguardo ai dati rilevati nel 1961 (Tabella 2), alcune variazioni interessanti riguardano non solo le medio-piccole imprese meccaniche, ma anche le imprese con più di 100 addetti e le industrie con oltre 500 addetti, dove la crescita fu rispettivamente del 106,3% e del 100% nelle unità locali, e del 79% e 60% nel numero di addetti. In termini assoluti le unità con oltre 100 addetti passarono da 18 a 37, mentre gli addetti totali passarono da 6.787 a 11.485. Nelle imprese con un numero di addetti superiore a 500, l’occupazione media si stabilizzò su poco più di 1.406 lavoratori.[25] Dalle tabelle è comunque riscontrabile una notevole vivacità della piccola media impresa, dovuta in parte a fattori congiunturali ma anche alla diffusa laboriosità locale, entrambi fattori che favorirono la nascita di nuove aziende, create da individui che abbandonarono il lavoro dipendente per mettersi in proprio. Gli anni ’50, con l’aumento della domanda di beni, furono un periodo di crescita, in termini di irradiazione produttiva e commerciale, accelerato dalle imprese “storiche”, con la formazione di un grande indotto costituito da piccoli produttori dediti alla subfornitura di componentistica. Molti di questi piccoli produttori ben presto abbandonarono il lavoro terzista, e sfruttando le conoscenze acquisite approdarono sui mercati indipendentemente. La prevalenza delle aziende artigiane, numericamente parlando, trova un riscontro nella forma giuridica delle imprese meccaniche: alla data del censimento del 1961, esse erano esercitate per l’81% in forma individuale, e solo per il 19% in forma societaria.[26] Va sottolineato anche l’irrobustimento, soprattutto nell’Alto Vicentino, della produzione di macchine utensili e di beni intermedi, utilizzati in tutti i settori caratterizzanti dell’economia vicentina, vale a dire il meccanico, il tessile, quello della trasformazione alimentare, della lavorazione del legno e dell’oreficeria.

Tabella 2. Le imprese meccaniche nel Vicentino.

Classe

1951

1961

Variazione %

di addetti unità addetti unità addetti unità addetti
0-10

1.402

3.198

1.711

5.023

+ 22,0

+57,1

11-100

107

3,242

305

9.291

+185,0

+186,6

101-500

16

3.272

33

5.858

+106,3

+79,0

>500

2

3.515

4

5.627

+100,0

+60,0

Totale

1.527

13.227

2.053

25.799

+34,4

+95,1

Fonte: G. Roverato, L’industria vicentina nel Novecento, in G.L. Fontana (a cura di), L’industria vicentina dal Medioevo a oggi, Padova, CLEUP, 2004, p. 535.

In quegli anni il settore meccanico, con la Pellizzari in prima linea, cominciò a sperimentare l’indirizzo elettronico. Ciò era frutto della constatazione che era in atto un forte mutamento tecnologico nei settori in cui trovavano largo impiego alcuni prodotti tipici dell’azienda di Arzignano, cioè i motori e i generatori.[27] Il progresso spingeva verso una crescente automazione degli impianti, allo scopo di ridurre i costi della manodopera, ma soprattutto per aumentare la qualità e la capacità produttiva. Le nuove tecniche dell’elettronica vennero applicate inizialmente alle apparecchiature del settore tessile. Questo avvenne per due motivi: il primo era di natura tecnica, infatti la produzione di filati di lana e cotone fu tra le prime a sollecitare, per la necessità di un ciclo di lavoro continuo, azionamenti basati sull’elettronica, in grado di gestire contemporaneamente più dispositivi; il secondo fattore è riconducibile, ovviamente, all’importanza che il settore aveva nella provincia, infatti le prime aziende a sfruttare le nuove tecnologie furono proprio la Lanerossi e la Marzotto.[28] Dai cicli di filatura l’utilizzo dell’elettronica si estese a tutti gli altri settori.

Durante gli anni sessanta il settore meccanico si consolidò ulteriormente, fatto rilevabile dall’aumento delle dimensioni medie delle imprese, e soprattutto fece un sostanziale salto di qualità dal punto di vista tecnologico che consentì una maggiore competitività sui mercati.[29] Il censimento industriale del 1971 non rilevò nella distribuzione numerica delle imprese caratteristiche molto diverse dal precedente, ma erano comunque avvenute delle modifiche strutturali importanti che comprendevano miglioramenti tecnici e tecnologici, una maggior capitalizzazione complessiva e diversificazione merceologica, un incremento medio degli addetti per unità locale e un aumento  della percentuale di addetti delle imprese societarie sul totale (70% contro il 60%). Le aziende con più di 500 addetti erano diminuite del 1,5%, calo dovuto alla crescente meccanizzazione degli impianti, con conseguente esubero di manodopera, che era stata espulsa.[30] Gli anni settanta furono caratterizzati dalle turbolenze del sistema monetario e dalle due grandi crisi petrolifere, senza contare una concorrenza sempre maggiore all’interno dei paesi industrializzati, fattori internazionali che interessavano da vicino l’economia vicentina dato il suo elevato grado di apertura verso i mercati esteri. Nonostante la congiuntura negativa il meccanico vicentino registrò risultati in controtendenza, con un aumento nel numero degli occupati e nel numero di unità produttive. Nel comparto meccanico, confrontando i dati del 1981 con quelli del 1971, risulta che i primi aumentarono del 48,2% arrivando a 49.204 addetti, le seconde aumentarono del 106,7% arrivando a 4.513 unità.[31] Oltre all’aumento numerico, il decennio rivela delle modificazioni strutturali, per certi versi contraddittorie. Da un lato vi fu un ulteriore incremento delle aziende piccole e medie (con un aumento del 79% nelle aziende con meno di 10 dipendenti), che si caratterizzavano per un grado di efficienza e una tecnologia di alto livello, e un maggior grado di flessibilità operativa rispetto alle aziende più grandi, le quali dovevano confrontarsi con la variabile sindacale, praticamente assente nelle imprese minori. Naturalmente anche il meccanico vicentino dovette affrontare le grandi difficoltà dello shock petrolifero, ma l’anno successivo l’occupazione ricominciò a crescere velocemente.[32]

Cercando di dare una visione di insieme, si può dire che il meccanico provinciale era costituito da tre componenti: la prima riguardava i comparti nei quali si riscontravano tassi di investimento ridotti, con scarso rinnovo del parco macchine, che rimaneva basato sul controllo manuale; la seconda i comparti in cui si svilupparono processi di standardizzazione che consentivano una progressiva automazione del ciclo produttivo; la terza quei comparti che, tesi a mantenere elevati livelli di flessibilità, svilupparono processi che puntavano ad una frammentazione del ciclo produttivo, con il decentramento delle fasi “povere”, unito alla standardizzazione ed automazione di quelle più qualificate. È in quest’ultimo comparto che si realizzarono gli investimenti più consistenti, soprattutto in macchine a controllo numerico. In sintesi, la ristrutturazione del settore ebbe il duplice obbiettivo del raggiungimento di un’elevata flessibilità tecnica del ciclo, e del controllo “politico” della forza lavoro.[33] Negli anni ’70 l’assetto della struttura produttiva meccanica si trasformò, passando da un sistema di piccole aziende con cicli produttivi semplici, simili fra loro, e inserite nei mercati come aziende terziste, ad un altro che dava maggiore spazio al ruolo della piccola impresa, creando un sistema di relazioni di interdipendenza basato sulla specializzazione produttiva. La modificazione dei ruoli produttivi delle aziende secondo criteri di specializzazione e standardizzazione determinò l’emergere di imprese vocate a una maggiore flessibilità e cicli produttivi anche molto complessi.[34]

2.3.4      La grande industria: la Lanerossi

 

Le origini della Lanerossi sono riconducibili all’introduzione a Schio, il 12 ottobre 1809, di una propaggine del lanificio Bologna. Il proprietario del lanificio madre era l’ex senatore della Serenissima Bologna, che dopo alcuni anni si ritirò dagli affari e lasciò in gestione l’azienda a Francesco Rossi, suo cognato, cambiando il nome del Lanificio Bologna in Bologna-Rossi.[35] Nel 1817 Rossi entrò in società con Eleonoro Pasini, cambiando nuovamente il nome della ditta in Rossi-Pasini. Francesco Rossi avrebbe diretto l’azienda fino al 1845, anno della sua morte. Gli subentrò alla direzione il figlio minore Alessandro (Immagine 2), mentre il Pasini si era ormai ritirato dagli affari. Alessandro era nato nel 1819 e all’età di cinque anni era stato mandato in collegio. Pochi anni dopo il padre gli aveva fatto fare un viaggio in Inghilterra e Belgio per fargli apprendere i moderni sistemi di tessitura e fargli conoscere i nuovi macchinari, conoscenze che Alessandro mise subito a frutto quando assunse il controllo dell’azienda.

Nel 1850 cominciò a introdurre l’utilizzo delle caldaie a vapore, anche se si dovette attendere il 1862, anno in cui venne terminata la costruzione della “Fabbrica alta”[36] (Immagine 3),per raggiungere la quasi totale indipendenza dall’acqua. La produzione all’interno della fabbrica era organizzata in base al peso dei macchinari utilizzati: al primo piano si effettuava la cardatura[37], al secondo la filatura, al terzo la spolatura e ricucitura, al quarto la tessitura con 57 telai a mano, al quinto erano presenti 56 telai Jacquard[38] , mentre all’ultimo piano si effettuava il rammendo. In un certo senso la “Fabbrica alta” nacque già vecchia, infatti era già da alcuni anni che il concetto di fabbrica si era spostato dall’estensione verticale all’estensione orizzontale.  Nonostante questo, la “Fabbrica alta” rimane un’espressione di architettura industriale rara in Italia. In quegli anni l’azienda annoverava l’invidiabile cifra di 800 operai. Nel 1866 il Veneto venne annesso al Regno d’Italia, cosicché si aprirono nuovi mercati e nuove commesse militari da parte del Regno[39]. Sei anni dopo Alessandro Rossi divenne senatore[40].Nel 1873 Rossi decise di procedere a un’operazione per alcuni aspetti innovativa in Italia, ovvero di trasformare il lanificio in una società per azioni, fondando così la “Società Anonima Lanificio Rossi” con un capitale nominale di 30 milioni di lire. Divenne così l’azienda più grande d’Italia per almeno i successivi 15 anni. Nel compiere questa operazione Rossi fuse in un’unica entità diverse aziende[41]. I capitali utilizzati provennero da tre diverse cordate: una veneta guidata dallo stesso Rossi, una lombarda guidata da Eugenio Cantoni (cotoniere e banchiere) che con il 36,66%[42] possedeva la maggioranza relativa, e un gruppo di investitori stranieri e bancari. Procedendo con la trasformazione del lanificio in società per azioni, oltre ad unire molte aziende, Rossi ottenne un polmone finanziario di 11 milioni. Da questo momento in poi il “Lanificio Rossi” sarebbe stato leader nel settore tessile italiano fino al primo dopoguerra, anche grazie alle commesse militari. Nel 1874  Rossi commissionò allo scultore Giulio Monteverde un monumento da dedicare ai suoi operai, che venne intitolato “Al tessitore”, tuttora visibile anche se spostato dalla sua posizione originale in piazza Duomo a Schio (Immagine 5). Nel 1898 Alessandro Rossi morì mettendo fine a un’epoca. Otto anni prima di morire aveva introdotto l’energia elettrica nei suoi stabilimenti.

Alla morte di Alessandro presero le redini dell’azienda i due figli, e nel 1919 subentrò loro Giuseppe Gavazzi, che tenne il controllo dell’azienda fino alla fine della seconda guerra mondiale. Nel 1921 Gaetano Marzotto jr. tentò di appropriarsi del lanificio Rossi tramite una scalata azionaria, che venne sventata all’ultimo momento.[43] I proprietari che successero a Gavazzi gestirono l’azienda con rara incompetenza, puntando solo ai guadagni derivanti da operazioni finanziarie e al sia pur ridotto margine che garantiva un’azienda di tali dimensioni, senza rinnovare l’apparato produttivo. Il lanificio, ormai in crisi, superato in tutti i settori dalla Marzotto, venne infine acquistato dall’ENI nel 1962 grazie al diretto interessamento di Enrico Mattei[44]. L’ente era l’unico con le risorse necessarie per rinnovare il lanificio, che dopo l’acquisto diventò “Lanerossi”. Nel 1966 venne

inaugurato il primo dei due capannoni che avvieranno la zona industriale[45] (immagine 4); il secondo venne ultimato l’anno seguente, e insieme avrebbero occupato una superficie di 105.000 m2. Durante la gestione pubblica verranno compiute varie acquisizioni nel settore tessile, scelte però legate più a questioni politiche che di efficienza economica, come nel caso dell’acquisto della Lebole S.p.a. , la cui chiusura avrebbe causato seri problemi sociali.[46] La gestione da parte dell’ENI durò fino al 1987, quando dopo un’asta di vendita prese possesso dell’azienda Pietro Marzotto[47], battendo la concorrenza dei francesi di Bertrand (gruppo Dmc) e la cordata Benetton-Inghirami, che si lamentarono di alcune presunte scorrettezze in termine d’asta. Marzotto acquistò la Lanerossi per 168 miliardi di lire, cifra che lasciò l’opinione pubblica quanto meno perplessa: il solo valore immobiliare si aggirava infatti sui 400 miliardi, con debiti per 352 miliardi ma anche crediti da riscuotere. Il bilancio del 1986 si era chiuso in positivo con 4,2 miliardi[48]. Pietro Marzotto commentò così l’acquisizione:

È molto bello che due aziende così vicine e importanti, sia sul piano industriale che coscienza sociale, oggi possano riunificarsi con buone prospettive. La molteplicità delle caratteristiche, l’habitat imprenditoriale e lo spirito delle vecchie fabbriche di Alessandro Rossi e dei Marzotto, casualmente vicine di valle, ora si combinano insieme con la prospettiva di guadagnare un futuro assai positivo.

Dopo aver fatto delle considerazioni sulla precedente acquisizione della Bassetti, Marzotto proseguiva:

Adesso c’è il boccone Lanerossi, che abbiamo ‘puntato’ perché in questi ultimi anni è stata gestita meglio, senza più criteri statalistici ma manageriali, con impegno, sforzi e indirizzi validi. Questa Lanerossi rappresenta una risposta per la nostra scelta di espansione su due direttrici, la presenza in molti settori, quello che io definisco il ‘Multitessile –Abbigliamento’ in termini globali e mondiali, e l’acquisizione delle quote di mercato già esistenti, purché armoniche con il nostro sviluppo. […] Nel breve periodo avvieremo l’armonizzazione e il colloquio, mantenendo tuttavia un ampio decentramento delle responsabilità gestionali e offerte di linee di prodotti in competizione fra loro. Daremo fiducia al management Lanerossi, esercitando un rigoroso controllo dirigenziale ma lasciando ampie autonomie operative. Cercheremo di capire al più presto i punti di forza e di debolezza delle diverse attività del gruppo Lanerossi per esaltare i primi ed eliminare i secondi e mettere quindi a profitto risorse per l’investimento con graduale ma costante progressione [49].

Queste parole fecero guadagnare alla Marzotto parecchi elogi nel giornale degli industriali vicentini e il favore dell’opinione pubblica. Ma i piani della Marzotto cambiarono in pochi anni. Nel 1990 si fece confluire la Lanerossi all’interno della ditta, mantenendone di fatto il marchio e procedendo a

una riduzione del personale, il che suscitò forti perplessità negli ambienti politici locali e nazionali. I socialisti chiesero il rispetto dell’art. 12 presente nel contratto di vendita della Lanerossi, il quale prevedeva l’impossibilità di questa operazione, che venne comunque effettuata[50]. Con l’assorbimento della Lanerossi la Marzotto venne a contare 14.000 dipendenti circa, di cui oltre 1.000 negli stabilimenti di Schio (Tabella 3).[51]

Negli anni avvennero altre riduzioni di personale, fino alla traumatica e storica chiusura degli stabilimenti scledensi della Lanerossi nel 2005, che mise la parola fine a una delle più antiche industrie italiane. Al momento della chiusura gli impianti scledensi contavano 146 operai, di cui solo 21 vennero riassorbiti all’interno della Marzotto; gli altri vennero licenziati. La chiusura era nell’aria già da qualche mese, facendo agitare i sindacati, che poco poterono fare quando al rientro in fabbrica dalle ferie, il 25 agosto, gli operai si trovarono davanti il capannone smantellato, un chiaro segnale che “era tutto finito”.[52] “In uno stabile dismesso nell’antica area produttiva di Schio[53], il più importante archivio storico dell’industria laniera italiana, comprende tra l’altro una eccezionale raccolta di campioni di tessuti ottocenteschi”.[54] Ancora oggi il comune di Schio cerca delle soluzioni per riqualificare l’area una volta occupata dalla Lanerossi, ma si è ancora distanti dalla soluzione.[55]

Tabella 3. Il gruppo Lanerossi.

 

Società  Dipendenti Fatturato ’86 in
e settore operativo Stabilimenti (31/12/1986) miliardi di lire
Lanerossi
Pettinatura e Filatura laniera Vicenza Piovene Schio

1.429

141,4

Tessitura laniera Schio (Vicenza)

999

116

Coperte Schio (Vicenza)

177

17,3

Tendaggi Pievebelvicino (Vicenza)

90

5,6

Tappeti Marano Vicentino (Vicenza)

227

31,3

Marlane
Filatura e tessitura laniera Pria a Mare (Cosenza)

523

27,8

I cotoni di Sondrio
Filatura e tessitura cotoniera Sondrio

955

97,7

Abiti da lavoro Berbenno (Sondrio)
Lebolemoda
Abbigliamento Arezzo Rassina (Arezzo)

2.615

169,8

Fonte:  P. Madron, Lanerossi, fu vero affare, in  “Nuova Vicenza”, 2 agosto 1987, p. 5.

 

2.3.5      Un problema irrisolto: la Valdastico

 

Il problema della mancanza di un collegamento diretto del Vicentino con il Trentino, e quindi con l’Europa centrale, è tutt’altro che recente. I primi progetti relativi a collegamenti con Rovereto o Trento sono commissionati dalla Camera di commercio e risalgono ai primi del ’900 con i progetti degli ingg. Zanetti e Sardagna per una linea ferroviaria datati 22 novembre 1918. La linea sarebbe dovuta partire da Vicenza e arrivare fino a Schio (25km) a binario unico e poi continuare a doppio binario fino a Rovereto attraversando due gallerie (rispettivamente 947m e 457m). Dopo una fermata nella stazione di Valli dei Signori (3,4km), la ferrovia avrebbe imboccato una terza galleria (870m) che dopo un ulteriore chilometro avrebbe portato alla grande galleria del valico che sarebbe sboccata nella Vallarsa e dopo pochi chilometri avrebbe condotto alla conca di Rovereto, contando ben 58 km. Il costo totale venne stimato in 99 milioni di lire, che equivalgono a circa 126 milioni di euro del 2005,[56] ma il progetto si arenò nel giro di pochi anni. Col passare del tempo vennero eseguiti altri studi e fatti altri progetti, sempre di carattere ferroviario, ma anche questi non vennero portati a compimento.

La questione si riaccese nel 1968, quando si ipotizzò per uno sbocco a nord un nuovo progetto riguardante un’autostrada. Il progetto, che ricalcava quello della ferrovia, fu concepito perché il trasporto su gomma aveva superato quello su rotaia ormai da 18 anni, ma anche in questo caso il progetto finì nel silenzio. Nei primi anni ’70 il problema si fece molto gravoso in quanto il 60% delle esportazioni dal Vicentino era diretto verso il centro Europa[57]: mai come in quel momento si sentì il bisogno collettivo per le aziende di uno sbocco diretto verso nord. In questo contesto nacque il progetto Valdastico. Originariamente il progetto prevedeva, dopo l’arrivo ad Arsiero, alcune piccole gallerie fino a Lastebasse, dove la galleria del valico (5,8km) conduceva in val Centa per proseguire alla volta di Caldonazzo, congiungendosi infine con l’Autobrennero a Trento nord. La lunghezza totale era di 94km (di cui 36 tra Vicenza e Piovene Rocchette). A sud il progetto prevedeva la partenza da Vicenza nord per attraversare Serenissima – Barbarano – Noventa – Este Ospedaletto Euganio – Villa Estense, e il collegamento con Bologna – Padova ad ovest di Rovigo. L’autostrada venne iniziata nel 1972 con la previsione che, nel 1976, si sarebbe arrivati alla doppia corsia nel tratto Arsiero – Vicenza, e si prevedeva il completamento del progetto nel 1979. Invece, l’opera venne fermata nel 1975 e rimase nell’attuale stato di incompletezza (Immagine 7)[58]. Il blocco definitivo venne sancito dalla legge n. 492 del 16 ottobre 1975.

Nel quinquennio successivo la Valdastico sembrò dimenticata ma all’inizio degli anni ’80, a causa della recessione economica e della crescente internazionalizzazione delle imprese vicentine, tornò d’attualità. In un seminario sulla viabilità veneta svoltosi nel maggio del 1981, Albero Russo Frattassi affermò che l’opera “meriterebbe una rinnovata attenzione, attenzione svincolata da cavalli demagogici che fino ad ora ne hanno ostacolato la realizzazione lasciando in opera un tratto di 36km, che trova giustificazione solo come tronco dell’intera tratta.”[59] Nello stesso anno la Camera di commercio scrisse al Ministro dei trasporti e a enti vari, poiché sentiva la necessità di segnalare il “grave e colpevole ritardo” nel porre rimedio ai problemi della viabilità di Vicenza. Passarono altri due anni, dopodiché si assistette a una rinnovata pressione sulle autorità per il miglioramento della viabilità vicentina. Nel convegno dell’Associazione Industriali di Vicenza sulle comunicazioni svoltosi il 9 dicembre 1983, il Veneto occidentale venne definito “l’angolo dimenticato”. A fine anno la Regione inserì l’ipotesi della prosecuzione della Valdastico nel piano decennale della grande viabilità. Nel 1986 la regione istituì un comitato che avrebbe dovuto studiare la fattibilità del progetto entro l’anno, ma assicurò anche che la realizzazione della Valdastico non avrebbe sottratto né finanziamenti né priorità al potenziamento della superstrada della Valsugana e all’Autobrennero, creando grandi speranze nei Vicentini che sarebbero state puntualmente disattese.

In quegli anni vennero studiate due varianti roveretane.[60] La prima prevedeva il passaggio dell’autostrada per la Val Posina seguendo il tracciato: Piovene Rocchette – Arsiero – Galleria di valico a nord del passo della Borcola verso monte Maggio (6,9km) con sbocco agli Zoreri – Val di Terragnolo – altre gallerie per un totale di 3,9km – arrivo a S. Ilario a nord di Rovereto. Questa variante era lunga circa 38km, di cui 10,8 di gallerie, 18,6 di viadotti e 8,6 su strada in rilievo o in trincea. Si trattava all’incirca di circa 20km in meno rispetto al progetto originale, che secondo le stime avrebbero abbattuto i costi di circa un terzo[61]. La seconda variante prevedeva il passaggio attraverso la Val Leogra: questo progetto, sebbene fosse l’ultimo proposto in termini di tempo, in realtà fu una traduzione su strada di un secolo di progetti riguardanti le tratte ferroviarie, per cui rappresentava il più collaudato da studi progettuali e geologici. La variante prevedeva il seguente tracciato: uscita casello autostradale di Thiene, in corrispondenza della strada Gasparona – Schio (percorso sul lato destro del torrente Leogra) – Valli dei Signori – Cisbenti – entrata in galleria di valico (4,5km) – uscita val di Leno – Vallarsa – entrata in galleria (2,5km) a Aste o S. Anna – uscita in Val Ciprana o una parallela. Venne inoltre presentato un percorso alternativo alla variante stessa: dopo l’uscita in val di Leno – entrata in galleria (2,5km) – uscita sopra Lizzana in coincidenza con la strada del Garda (Immagine 8). I due percorsi misuravano rispettivamente 42,4 e 35,4 km, in entrambi i casi erano previsti 7 km di gallerie. La differenza di lunghezza era dovuta alla maggiore percorrenza in valle del primo tracciato rispetto al secondo.[62] Questi progetti, in entrambi i casi, avrebbero favorito direttamente l’industria scledense e avrebbero consentito il decollo del terziario nell’area. Se si fosse accompagnato il progetto di un traforo tra Schio e Valdagno, quest’ultimo avrebbe potuto uscire dal suo isolamento non solo a est ma anche verso nord. Inoltre, il progetto avrebbe rappresentato una soluzione ad alcuni lavori a quel tempo incompiuti, come la sistemazione del tratto stradale della Vallarsa e del collegamento di Rovereto con Vicenza, e avrebbe creato oltretutto una via di comunicazione diretta tra Rovereto e Venezia e con il Garda, favorendo così sia i flussi commerciali che turistici. Tra i vantaggi offerti da questo progetto figurava anche il minor costo dell’opera. Come tutti gli altri, finì in un nulla di fatto.[63]


[1] Termine usato per la prima volta nel 1955 da Gavino Sabadin, esponente di spicco della Democrazia Cristiana veneta.

[2] Con l’espressione “triangolo industriale” si intendono le città di Torino, Milano e Genova.

[3] La prima legge riguardava l’esecuzione di opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia settentrionale e centrale, la seconda stabiliva provvedimenti a favore dei territori montani, la terza estendeva alle zone montane depresse del Centro-Nord i benefici istituiti con la legge 646/1950 per il Meridione, la quarta concedeva esenzioni fiscali per la creazione di posti di lavoro nelle zone economicamente depresse.

[4] G. Roverato, L’industria nel Veneto. Storia economica di un “caso” regionale, Padova, Estera editrice,1996.

[5] G.L. Fontana , G. Roverato, Processi di settorializzazione e di distrettualizzazione nei sistemi economici locali. Il caso veneto, in F. Amatori , A. Colli (a cura di), Comunità di imprese, Bologna, Il Mulino,2001, p. 530.

[6] G. Tattara , M. Volpe, I distretti industriali: definizioni e storia, in G. Tattara (a cura di), Il piccolo che nasce dal grande, Milano, Franco Angeli, 2001, p. 23.

[7] Ibidem, p. 24.

[8] Ibidem. Per piccole imprese si intendono quelle con meno di 120 dipendenti.

[9] Ibidem, p. 25.

[10] Cfr. G.L. Fontana, G. Roverato, Processi di settorializzazione nei sistemi economici: il caso veneto, cit., pp. 590.

[11] Cfr. B. Anastasia, G. Corò, I distretti industriali in Veneto: una proposta di individuazione, vol. 1, Portogruaro, Nuova dimensione-Ediciclo, 1993, p. 127.

[12] Ibidem, p. 129.

[13] Ibidem, p. 132.

[14] Camera di Commercio Industria e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica, Compendio statistico vicentino 1951-1955, Vicenza, 1955.

[15] ISTAT, I conti degli italiani, compendio di vita economica nazionale, vol. 22, Roma, 1988.

[16]Camera di Commercio Industria e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica, Compendio statistico vicentino 1951-1955, cit.

[17] ISTAT, I conti degli italiani, cit.

[18] Ibidem.

[19] Camera di Commercio Artigianato e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica, Compendio statistico vicentino 1953-1962, Vicenza, 1962.

[20] Camera di Commercio Industria e Agricoltura, Vicenza – Ufficio provinciale di statistica, Compendio statistico vicentino 1968-1973, Vicenza, 1973.

[21] F. Bosello, L. Marino, Occupazione e sviluppo industriale in provincia di Vicenza, Progetto O.S.I.- Prima parte, Vicenza, 1977.

[22] A proposito della Valdastico si veda il paragrafo 2.3.4.

[23] G. Roverato, L’industria vicentina nel Novecento, in G.L. Fontana (a cura di), L’industria vicentina dal Medioevo a oggi, Padova, CLEUP., 2004, p. 482.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem, p. 483.

[26] Ibidem, p. 484.

[27] Ibidem, p. 486.

[28] Ibidem, pp. 486-487.

[29] Ibidem, p. 487.

[30] Ibidem, p. 490.

[31] Ibidem, p. 491.

[32] Ibidem, p. 492.

[33] Ibidem, pp. 493-494.

[34] Ibidem, p. 495.

[35] C. Castelli, Nelle vicende della Lanerossi: 150 di storia italiana, in “Almanacco di storia illustrata”, Milano, 1968, pp. 4-12.

[36] La “Fabbrica alta” fu progettata dall’architetto belga Auguste Vivroux (1824-1899).  Alta sei piani con una base di 80 per 13,90 metri, forniva ben 1000 mq calpestabili. Si basava sui modelli delle fabbriche nordiche, inoltre Vivroux progettò un collegamento con la fabbrica costruita da Francesco Rossi. Cfr. G.L. Fontana, Mercanti pionieri e capitani d’industria, Vicenza, N. Pozza, 1990, pp. 88-111.

[37] La cardatura è un processo in cui si libera la lana dalle impurità, e che consiste nel districare e rendere parallele le fibre tessili in modo da permetterne la filatura.

[38] Il telaio Jacquard fu il primo telaio funzionante tramite tessere perforate, grazie alle quali era possibile la movimentazione di singoli fili dell’ordito, che consentiva la produzione di tessuti anche molto complessi. Per funzionare necessitava di un solo operaio.

[39] Precedentemente il lanificio riceveva commesse dall’Impero austriaco, dall’anno successivo austro-ungarico.

[40] P. Bertoli, Lanerossi: 150 anni di vita, in “Schio”, numero unico, 1987, p. 29.

[41] Il lanificio Girolamo Garbin, la fabbrica Vonwiller, Filatura e Tessitura A. Rossi & C. , la Tessitura A. Vaccari&C. , l’opificio Mazz&C. Cfr. G.L. Fontana (a cura di), Schio e Alessandro Rossi, vol. 1, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1985, pp. 332-342.

[42] P. Bertoli, Lanerossi: 150 anni di vita, cit.,  p. 30.

[43] Gaetano Marzotto era proprietario della Lanificio Luigi Marzotto & Figli, poi diventata Marzotto S.p.a.

[44] Nel 1952 Enrico Mattei (1902-1962) fondò l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), di cui restò presidente fino alla morte in un misterioso incidente aereo, in cui esplose un motore dell’aereo che lo stava trasportando in Marocco per inaugurare una raffineria. Dalle successive indagini risultò chiaro che era stato vittima di un attentato, in quanto fu dimostrato che si era verificata un’esplosione interna all’aereo oltre a quella del motore.

[45] Si veda il capitolo terzo.

[46] P. Bertoli, Lanerossi: 150 anni di vita, cit., p. 12.

[47] Pietro Marzotto successe al padre omonimo dopo la sua morte nel 1972. La Marzotto S.p.a. era la diretta concorrente della Lanerossi.

[48]  P. Madron, Lanerossi, fu vero affare, in  “Nuova Vicenza”, 2 agosto 1987, p. 4.

[49] Un doppio filo di lana collega ora Valdagno e Schio, in “Industria vicentina”, n. 4, settembre 1987, p. 45.

[50] L’art. 12 recitava: “Il compratore si impegna a realizzare strutture organizzative, produttive e di vendita tali da garantire lo sviluppo anche internazionale del gruppo Lanerossi, e a mantenere altresì le attuali sedi dirigenziali del gruppo Lanerossi”.

[51] S. Tenedini, Lanerossi, Psi contro Marzotto, in “Il Giornale di Vicenza”, 31 maggio 1990, p. 25.

[52] M. Scorzato, Parola fine sulla Marzotto, in “Il Giornale di Vicenza”, 25 agosto 2005,  p. 25

[53] Si tratta di uno stabile vicino alla già citata “Fabbrica alta”.

[54] G.L. Fontana, Archivi aziendali e archivi privati. Il caso del Lanificio Rossi, in “Archivi e Imprese”, 1991, 4,, pp. 3-18.

[55] M. Sartori, Ex Lanerossi, quale futuro?, in “Il giornale di Vicenza”, 26 agosto 2005, p. 25.

[56] P. Bertoli, Il passaggio a Nord. Aspirazione secolare, in “Industria vicentina”, 1986, n. 4, p. 93.

[57] Ibidem.

[58] Ibidem, p. 94.

[59] Ibidem, p.96.

[60] Ibidem, p.97.

[61] Ibidem.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem, pp. 93-98.

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